Come migliorare la tua vita con il Critical Thinking. Scopri “I 5 Perché”.

5 Whys Tool Technique
5 Whys Tool Technique. È davvero la tecnica per arrivare all’origine di ogni problema?

La prima volta che ho approcciato il Critical Thinking – o per lo meno la prima volta che l’ho sentito chiamare in questo modo, e poi vedremo perché – è stato grazie in un corso su LinkedIn Learning tenuto da Mike Figliuolo. Mike Figliuolo si è formato a West Point e ha ottenuto un Bachelor Degree in Business Administration and Management. Mentre seguivo la sua dissertazione, cercavo di capire in quale misura – nel Life Coaching o nel Business Coaching – le tecniche messe a punto in ambiente militare prima e nel mondo della leadership poi, potessero essere usate per i propositi che il Coaching si propone: superare ostacoli, liberare energie e sviluppare il potenziale di una persona per indirizzare risorse mentali, fisiche ed emotive agli obiettivi desiderati. Dopo una ricognizione tra le sudate carte, sono giunto anch’io a un “perché”. Ora cercherò di spiegarlo.

Of course… but maybe

Arriverò presto al principale strumento che Mike Figliuolo consiglia – lo chiama 5 Whys tool technique – ma se si parla di Pensiero Critico non si può fare a meno di soffermarsi un secondo per pensare a uno standup comedian che, confesso, mi diverte molto per essere un caustico osservatore delle nostre vite. Certo, dopo questa rivelazione, più d’uno di voi smetterà, se mai l’avesse fatto, di pensare che io possa essere il miglior coach a Vicenza o uno di quelli che sulla piazza si possano consiglaire. Non che io abbia mai pensato di esserlo. Ad ogni modo… Il nome del comico è Louis C. K. e questo è il filmato che mi solleticava i pensieri quando Mike Figliuolo parlava della 5 Whys tool technique. Un esempio di pensiero critico nella sua versione dissacrante. Se non avete tempo di fare due risate o di leggere l’approfondimento che precede la tecnica andate direttamente alla 5 Whys tool technique cliccando qui.


Critical Thinking (Pensiero Critico)

Secondo la definizione di Mike Figliuolo

il Critical Thinking è l’abilità di pensare in modo riflessivo e indipendente per prendere decisioni ponderate. Concentrando l’attenzione sulle cause che stanno all’origine dei problemi, consente di evitare azioni che potrebbero portare a criticità future.

Quando nella definizione Mike Figliuolo usa l’espressione indipendente, sono quasi certo che la utilizzi come sinonimo di “in modo autonomo” e lo intenda come “libertà dal condizionamento di altri”. Mi permetto, però, di aggiungere che questa indipendenza deve essere anche dai propri pregiudizi, dai condizionamenti interiori (come ad esempio convinzioni, abitudini, euristiche di giudizio, esperienze passate, stereotipi).

Il Critical Thinking (Pensiero Critico) si fonda, infatti, proprio sul tentativo di andare al di là della parzialità del proprio sguardo singolo, per approdare ad una modalità più neutra, accurata, precisa e libera, una modalità da “learner” e non da “judge”, cioè con l’atteggiamento di chi “sa che deve comprendere” e non di chi “giudica in base a quanto pensa di aver appreso”. *
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* Ho affrontato il tema scrivendone anche nel post Successo: 5 modi per riprendersi da una sconfitta, dove accenno al contributo di Marianella Sclavi, che riprende da Gregory Bateson quello che oggi chiamano meta-apprendimento e che negli studi dell’antropologo era il deutero-apprendimento (pattern cognitivi che condizionano il modo in cui comprendiamo, interpretiamo e ricordiamo le esperienze).


Può sembrare paradossale, visto che critico deriva da krínō, che in greco significa “giudicare”. Può, ma non lo è. Il pensiero critico è certamente un’attività legata al concetto di valore, ma valore inteso anche qui in senso etimologico come elemento che consente di eccellere, di elevarsi; il valore, quindi, come qualità di trascendere la propria condizione e allo stesso tempo come

virtù dell’animo che fa l’uomo eccellere in ogni cosa, che egli imprende.

Il Critical Thinking (Pensiero Critico) è quindi l’approccio più utile in ambito educativo ed è promosso per sviluppare skill di discernimento, facoltà che proprio il Coach – con il suo approccio maieutico – si propone di “allenare” nelle persone che si rivolgono a lui.

Non è un caso che il Coaching riprenda le domande che Socrate (metodo socratico e maieutica sono inscindibili) poneva a se stesso e a quanti parlavano con lui; domande come ad esempio:

  • Cosa significa per te questa parola?
  • Cosa accadrebbe se fosse diverso da quanto pensi?
  • Se questo che dici fosse sbagliato, come altro potrebbe essere?
  • Come sei giunto a questa conclusione?
  • Cosa ti fa pensare che non ci siano altre conclusioni possibili?
  • Da dove ti viene questo giudizio?
  • Esiste un altra spiegazione per questo che dici?
  • Puoi spiegarmi i motivi di chi è in disaccordo con questo che dici?
  • Cosa accadrebbe se ti sbagliassi?

Il Coaching è – come ho scritto anche altrove:

una metodica di affiancamento, uno stile di sviluppo del potenziale che, al di là della struttura formativa e relazionale, si orienta a una personalizzazione tipica di un approccio educativo (dal latino ex-ducere, che significa tirar fuori)

Il Coaching, nondimeno, evita di usare il “Perché”. Il “Perché” è l’ur-domanda, si potrebbe dire e, in quanto tale, è alquanto rischioso in termini di risposte reattive. Per far affiorare prima ciò che è più vicino, funzionano meglio il “Cosa” e il “Come”. Per arrivare al “Perché” serve allenare se stessi all’esplorazione delle ragioni ed è un terreno insidioso perché di “Perché” è costellata la nostra infanzia: dei nostri “Perché” e dei “Perché di sì” e “Perché di no” ricevuti spesso in risposta. L’esplorazione e la valutazione delle opzioni è per questo cosa difficile tirandosi dietro retaggi emotivi e schemi interpretativi profondamente radicati in noi, in alcuni casi piantati a forza da educazioni a volte tranchant. È qui che entrano in gioco le 5 Whys.

Poiché raggiungere la “Sospensione del giudizio”, quella particolare epoché di cui parla Husserl, dove una persona dovrebbe cercare di essere privo di preconcetti, è molto difficile, ci viene in soccorso proprio la 5 Whys tool technique.


5 Whys – I cinque perché

Usare la 5 Whys tool technique è alquanto semplice, basta seguire ricorsivamente tre semplici passaggi:
  1. Annota in modo chiaro e completo il tuo particolare problema (ricorda che anche per i problemi, come per gli obiettivi, può esserti utile – non necessario – l’acronimo S.M.A.R.T., descrivi cioè i tuoi problemi in modo che siano specifici, misurabili, risolvibili, rilevanti e verificatesi in un tempo definito). Una buona formulazione del problema, spesso mostra già una soluzione.
  2. Chiediti “Perché” il problema si verifica e scrivi la tua risposta. Cerca di attenerti ai fatti osservati.
  3. Leggi la risposta. Conterrà un’affermazione. Chiediti nuovamente”perché”.  Continua così: per ogni nuova risposta, poniti un nuovo “Perché”.

Puoi chiedere “Perché” anche più di cinque volte, ma rimani nell’alveo del problema o corri il rischio di tracimare nel misticismo personale o nella trascendenza del divino :-).

Faccio un esempio:

D – Il capo ha ritenuto me responsabile per il clima di tensione. Perché?
R – Perché i dati gli sono stati presentati in modo inesatto dal mio collega Rossi.
D – Perché i dati sono stati presentati in modo inesatto da Rossi?

Ecco. Generalmente i fatti finiscono qui. Ma si può avere già una soluzione al problema da queste due domande. Si possono presentare i dati in modo esatto e chiarire la cosa, rendendo più disteso il clima. Non è però questa la radice del problema. Dai prossimi round di domanda-risposta è d’obbligo, però, rendere tutto ipotetico. Riprendiamo dalla risposta alla precedente domanda: “Perché i dati sono stati presentati in modo inesatto da Rossi?”

R – Perché Rossi non riesce ad ottenere i risultati che gli sono richiesti?
D – Perché non riesce ad ottenerli?
R – Perché non dipendono dalla sua attività, ma dallo stato di sviluppo del prodotto.
D – Da chi dipende lo stato di sviluppo del prodotto?
R – Dal capo
D – Perché il capo non interviene sullo sviluppo?
R – Perché è impegnato altrove.
D – Perché è impegnato altrove?
R – Perché si dedica a ciò in cui è competente mentre per questo prodotto non lo è, ma non lo vuole dare a vedere.
D – Perché non lo vuole dare a vedere?
R – Perché perderebbe la sua posizione che verrebbe assegnata a uno più competente.
D – Perché verrebbe riassegnata?
R – Perché una persona più competente c’è: sono io.

Naturalmente è una forzatura. L’intento è mettere in chiaro come accontentarsi della prima risposta possa portare ad azioni che potrebbero avere risultati utili, ma che non sfiorerebbero nemmeno la fonte del problema. Il problema non è quel che dice il collega Rossi dell’esempio. In fin dei conti, egli può dire al capo quello che vuole: se il capo è assennato non prenderà tutto per oro colato, invece di accusare noi verrà a chiedere chiarimenti. Se questo non accade è possibile che vi siano altri “Perché” all’origine. Non è successo anche a voi?

Ora tocca a te.

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