Coaching, Work Life Balance e introversione

L'Inferno di Botticelli, ripreso da Dante nella necessità latina "ad astra per aspera"
L’Inferno di Botticelli, ripreso da Dante nella necessità latina “ad astra per aspera”

Ieri sera ascoltavo un podcast di Tony Robbins e l’ho sentito dire che il work-life balance sarebbe una panzana. Nessuno, a suo giudizio, vorrebbe un equilibrio tra sfera lavorativa e sfera personale. Secondo Robbins ciascuno di noi vorrebbe semplicemente di più e sarebbe anche disposto a fare sempre di più per ottenerlo, a patto che questa sua attività gli dia piacere (Robbins non è estraneo al principio freudiano della polarità piacere e dolore).

Give More to Get More

Continuando nella sua esposizione, Robbins sosteneva che se hai grandi idee, ma non agisci, quelle idee equivalgono solo a palliativi per procrastinare le vive intenzioni. L’ho sentito anche sostenere che la strada per realizzarle è per l’80% psicologia e per il 20% meccanica (non ditemi che ricorda anche a voi la Legge di Pareto, certo è un ottimo spot per quanti come me si occupano di Coaching).

In estrema sintesi, la lapalissiana declinazione di Robbins invita a darsi da fare per ottenere di più. Naturalmente mette in guardia sulla necessità di usare pazienza, forza e costanza, però, la cosa che colpisce maggiormente è quanto emerge da un confronto di questa prospettiva con la spina dorsale educativa di matrice cattolica.

Riepilogando il pensiero di Tony Robbins:

Fai quello che ti piace

Quello che vuoi? Muoviti e ottienilo

Volontà, mindset giusto e costanza sono la base per riuscirci

Cosa ci direbbe, invece, se provenisse da un background culturale di matrice cattolica e ne fosse ossequioso osservante?

Prima il dovere poi il piacere

L’erba voglio non esiste nemmeno nel giardino del re

Non fare cose di cui poi potresti pentirti (ti aspetta un’esemplare punizione nell’aldilà)

Esiste la possibilità che le due prospettive siano diametralmente opposte?

Me l’ero già chiesto in passato e avevo cercato di risalire la china partendo da quel che conoscevo dai miei studi di sociologia e psicologia, ma recentemente ho letto un altro libro che getta nuova luce sulla faccenda. Questo libro è Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare. L’autrice è un avvocatessa statunitense, Susan Cain. Ma di lei scriverò tra poco. Ancora un attimo.

Un passo indietro: Max Weber

Max Weber, dicevamo. Max Weber in L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo, con una lettura sociologica e storica, coglieva in modo limpido come il Capitalismo si sia sviluppato su precise istanze di natura culturale ed etica. Il Capitalismo di Weber, pur non essendo quello dei giorni nostri, aveva la principale caratteristica che lo contraddistingue ancora oggi e cioè lo scopo: fare profitti per investirli, perché creino nuovi profitti.

Ora, qual è il nesso tra desiderio e Capitalismo? Non può essere semplicemente il fatto che tutti desiderano maggiore denaro. Il nesso, il legame sottile, è un altro e potrebbe essere questo:

  • come nel Capitalismo la corsa al profitto non ha fine, così la nostra capacità di desiderare si rinnova incessantemente
  • il Capitalismo deve creare nuovi desideri perché i profitti continuino a salire e noi – che tendiamo a risparmiare risorse cognitive per natura – siamo ammaliati da un sistema che crea e propone incessantemente desideri e appagamenti

L’invito di Tony Robbins, quindi, è un’epifania di una certa cultura, cultura che obbedisce a certe spinte e influenza pesantemente la nostra, pur avendo noi – in misura diversa a seconda della provenienza geografica, della generazione d’appartenenza, dell’educazione familiare – un imprinting culturale diverso.

L’invito di Tony Robbins non è da screditare, anzi. Giusto ricordare, però, che per la cultura protestante, in particolare per quella calvinista, la fortuna terrena è segno della predestinazione e della grazia divina, a differenza di quella cattolica che, invece, insiste perché le cose transeunti siano tralasciate in favore della vita vera, che inizia dopo la morte. Quello che porta alla salvezza, per la cultura cattolica, non è dedicare la vita alla creazione di ricchezza, ma dare la vita per gli altri.

Due passi indeitro: cos’è la cultura

La cultura, però, non è qualcosa di astratto. L’antropologo Clifford Geertz l’ha definita

un insieme di pratiche reiterate in simboli, attraverso cui un uomo dà significato alle esperienze che vive

È una macchina di sense-making, di interpretazione degli eventi – eventi che in sé e per sé sono più neutri: muore un innocente, muore un assassino, muore di suicidio, muore di vecchiaia, muore di cancro, ecc. Ogni cultura dispone di reazioni indicate per ciascuno di questi eventi, di fronte all’evento “morte” – e ai “casi” – ha il suo vocabolario di pratiche.

E allora il discorso di Robbins arriva come un seme nel terreno della nostra cultura, che è diversa dalla sua. Questo significa che ci sarà un diverso esito: un po’ di dissonanza cognitiva, delle dissimulazioni e delle attenuazioni, degli adattamenti, dell’imbarazzo o una ribellione.

Questo significa anche che non ha molto senso per la cultura di Robbins parlare di equilibrio tra vita e lavoro, se la vita la si deve vivere come una missione di cui il lavoro è un’espressione realizzativa. Sono una sola cosa, il lavoro e la famiglia, il tempo, le relazioni si fondono insieme e si deve mettere in tutte queste cose la massima energia. Nella nostra cultura è un po’ diverso, perché mondano e ultraterreno sono oppositivi, non l’uno la dimostrazione dell’altro.

Esiste una sintesi?

È possibile unire le due culture in una prospettiva bilanciata? Ripartiamo dal Work-Life Balance. Robbins ha in parte ragione: non ha senso dedicarsi a un lavoro che non ci appartiene, che non desideriamo, che non ci piace. Questo ci porta a vivere in modo dimesso e arreca danno a noi e anche all’azienda per cui lavoriamo (e anche alle persone che ci vivono accanto). A volte, per necessità, ci si deve adeguare, ma farlo senza trovare nulla di desiderabile porta all’inedia o all’isteria.

Può essere l’occupazione che non ci piace, o possono essere l’ambiente e le persone, o le relazioni e i processi. Fermarsi e riflettere su cosa sia per noi desiderabile nella situazione è un primo passo per migliorare la situazione. Darsi da fare per migliorarlo e per migliorarci è il secondo.

In questi casi trovare altri momenti, al di fuori del lavoro, che siano capaci di rigenerare le nostre energie, può essere molto utile temporaneamente.

La strada “nostrana” per cogliere appieno l’invito di Robbins senza rischiare di “scimmiottare” una cultura che non è la nostra, dovrebbe essere quella di spostare anche noi lo sguardo dal Work-Life Balance per volgerlo a qualcosa che potremmo definire Walk of Life.

Per Robbins si tratta di ottenere quel che desideriamo. Per la cultura cattolica si tratta di non desiderare più di quel che si è già ottenuto. Per noi potrebbe essere qualcosa di inatteso e nuovo, qualcosa che dobbiamo ancora scoprire e che lascia aperte molte possibilità, in cui vi sia una buona intenzione, un impegno sereno, fede nelle infinite possibilità e il non lasciare gli altri indietro.

A proposito di indietro, facciamo un balzo in avanti: Susan Cain e l’Introversione

Il punto è proprio questo: impegno sereno. È arrivato finalmente il momento che io vi scriva di Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare. È un libro che narra dell’introversione e della sua ghettizzazione in un mondo, quello odierno, dove le qualità per assurgere a qualsivoglia status di un certo prestigio sembrano appartenere solo agli estroversi. Il libro guida il lettore a scoprire come anche un temperamento introverso possa aspirare alla leadership nel lavoro, al successo nelle relazioni, alle soddisfazioni nelle arti, a patto di essere consapevoli di chi si è.

L’introversione – insieme alle cugine “sensibilità”, “serietà” e “timidezza” – è oggi un tratto caratteriale di serie B, a metà strada fra iattura e patologia.

Susan Cain ci dice che il genere umano non avrebbe la legge di gravitazione universale di Newton, la teoria della relatività di Einstein, i Notturni di Chopin, Charlie Brown, Google, Shindler’s List e Harry Potter (per cui dobbiamo ringraziare Shulz, Larry Page, Steven Spielberg e J. K. Rowling) se non fosse stato per degli introversi.

È molto appassionante, ma il punto a cui voglio guidarvi è all’inizio del testo, quando viene spiegato un cambiamento intervenuto negli anni ’20 del Novecento nella società statunitense. Questo perché – a quanto pare – ci sarebbe qualcosa d’altro oltre allo spirito protestante a dare forma agli inviti di Robbins.

Secondo lo storico Warren Susman , riporta l’autrice, è agli inizi del Novecento che l’America passa da una “cultura del carattere” a una “cultura della personalità”. Quelli che fino a quel momento erano stati i valori guida – lealtà, onore, disciplina, serietà – lasciano il passo ad altri principi quali determinazione, carisma, energia, loquacità.

È in quegli anni che inizia il boom dei manuali di self-help (un’industria che solo in USA fattura oggi circa 11 miliardi di dollari l’anno) che derivano dall’inadeguatezza sociale e dalla pressione che esercita sulle masse l’Ideale dell’Estroversione. Ancora oggi, benché i dati indichino che gli introversi negli USA siano tra il 30% e il 50% (come minimo 1 su 3, ma potrebbe trattarsi di 1 su 2), i manuali, i corsi, i seminari, gli audiolibri, i video, le membership e molte altre iniziative si rivolgono alle persone per insegnare loro fondamentalmente ad assumere atteggiamenti da estroversi.

Conclusioni

Torniamo quindi a noi, alla cultura di matrice cattolica che incontra quella di matrice protestante che è passata da un atteggiamento fondato sul “carattere” a un atteggiamento basato sulla “personalità” (fascinazione). Eccoci qui, dunque, in ritardo di almeno una decina d’anni, ingarbugliati da una tradizione ingombrante, costretti a correre per non andare indietro, investiti da un flusso di parole quali leadership, empowerment, change management, work-life balance, emotional intelligence e di tanto in tanto smarriti, attraversati da una frattura interiore. Se capita anche a voi potreste essere più introversi di quanto crediate. Il mio consiglio è dunque quello di leggere Quiet e se non dovesse bastare… be’… di scrivermi, naturalmente.

Di fronte a questo scenario, assistiamo a una dicotomia di personalità, non tanto a uno scontro di civiltà. È forse dal modellamento forzoso della propria personalità verso uno stile univoco di “lavoratore adeguato” o di “leader vincente”, che nasce in alcuni il bisogno di rigenerare le energie, facendo cose che rispecchiano le loro prerogative e non trovano nell’ambiente di lavoro. Da qui l’esigenza di avere un balance, un equilibrio. Non tanto perché il lavoro non sia desiderato e vissuto con impegno, ma in quanto l’adeguamento comporta un consumo estenuante di energie e risorse personali.

Dimenticavo… il Myers-Briggs Type indicator

Esistono diversi test somministrati dagli HR per definire – sulla stregua di alcuni parametri, tra cui anche l’introversione e l’estroversione – il nostro tipo di personalità. Il Myers-Briggs è uno di quelli più usati e valuta come ci collochiamo tra queste polarità:

  • Introversione – Estroversione
  • Sensorialità – Intuizione
  • Pensiero – Sentimento
  • Giudizio – Percezione

Il risultato aiuta chi ci valuta a tracciare un quadro di come potremmo inserirci nell’ambiente lavorativo. Questi test, infatti, collocano in una tipologia il soggetto e, per ciascuna tipologia, indicano i comportamenti tipici, le potenzialità da sviluppare, i punti di forza, quelli di debolezza e altro ancora.

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