Come Sviluppare una Mentalità Vincente e Trasformare la tua Monkey Mind

Monkey Mind e Visualizzazione sono dinamiche affrontate anche nel Coaching

Ecco di cosa ti parlerò in questo articolo:

  • Il Potere della Visualizzazione (winner e looser)
  • La Monkey Mind
  • 4 Regole per Sviluppare la Mentalità Vincente

Sono certo che certe cose capitano anche a te tutti i giorni, ma non ti sai sempre spiegare perché.

Il Potere della Visualizzazione (winner e looser)

Nello sport, in teatro, ma non solo, per essere vincenti, si insiste molto sulla capacità di visualizzare positivamente e in anticipo quanto ci stiamo accingendo a fare.

È una cosa che, in realtà, in modo inconsapevole, facciamo di continuo. Visualizziamo la strada per arrivare, la persona da incontrare, cosa diremo, cosa potrebbe accadere, il compito da affrontare e via di questo passo.

Il guaio è che per come funziona la nostra mente siamo più inclini a prefigurare esiti negativi a pre-vedere (immaginare in anticipo) i problemi, anticipando imprevisti, difficoltà e fallimenti. In alcuni casi gli psicologi lo chiamano regrets anticipatorio e  costituirebbe uno stato depotenziante: invece di favorire la concentrazione e la fiducia necessaria ad esprimere al meglio il nostro potenziale ci indurrebbe a stati d’ansia eccessiva, alla paura di fallire, a valutare solo alcune informazioni, quelle utili a giustificare l’eventualità del fallimento. Questo distoglierebbe la nostra attenzione da quelle informazioni utili a farci superare con successo la prova. Insomma, come diceva sempre il mio allenatore:

Giocare per vincere o giocare per non perdere, sono due partite molto diverse.

Avere il controllo di ciò che si visualizza, quindi, è molto utile per determinare che tipo di partita sarà e persino l’esito. Significa mettersi nell’atteggiamento del winner o in quello del looser e l’atteggiamento è molto importante. Noi siamo ciò che agiamo e il senso che diamo al nostro agire. Quello che accade lo determiniamo noi e tutto ha inizio con un pensiero.

Nota – Nel precedente paragrafo ho scritto “guaio”, ma a ben guardare, è un meccanismo che obbedisce all’imperativo di sussistenza. Come hanno dimostrato guadagnandosi un Nobel Tversky, Vernon e Kahnemann , siamo molto sensibili alla perdita, qualsiasi essa sia, alla perdita di denaro o di prestigio sociale, di salute o di tempo. Tutto ciò risalirebbe al funzionamento del reticolo limbico, la parte più primitiva del nostro cervello (chiamato anche “cervello emotivo”) che si è sviluppato quando 190 mila anni fa, nel Paleolitico medio, il Sapiens Sapiens doveva sopravvivere a un ambiente ostile. Di Tversky, Vernon e Kahnemann ne parlo spesso nei miei corsi di Formazione.

La Monkey Mind

Insomma, a quanto pare discendiamo dalle scimmie e quelle sensazioni e abitudini che i nostri antenati ominidi hanno sviluppato in ambienti ostili per due milioni di anni si sono tramesse per filogenetica fino a noi. Esiste ancora una parte del cervello subcorticale che è molto reattivo.

Nello Zen lo chiamano Monkey Mind, ne ha parlato anche Marshall Goldsmith. È quel modo di pensare, quel chiacchiericcio continuo, svilente, depotenziante che ci mette ansia. È quella vocina che si mette a ripetere “ora sbagli, vedrai che fallirai, e poi? Cosa diranno gli altri? Che figura ci fai?”

Questo modo di pre-figurarsi (visualizzare) quanto sta per accadere, dissipa molte energie, deconcentra e aumenta in eccesso l’ansia portandoci in una condizione che non permette l’arousal (lo stato ideale di eccitazione, attenzione e concentrazione).

Ecco quattro domande che il Coaching usa e che aiutano a ritornare in sé

  • Quali idee non stai valutando?
  • Stai andando avanti con inserito il pilota automatico delle abitudini o stai decidendo tu la direzione che ora vuoi?
  • Quanto frequenti sono le conversazioni che realmente ti stimolano?
  • Quanti passi avanti stai facendo rispetto ai propositi che ti sei posto?

Gli Sport Coach insistono sull’utilità di visualizzare il successo, di anticipare le emozioni della vittoria, l’entusiasmo, la felicità. Commesso un errore, invece di lasciarsi andare all’ira o a rimuginarvi improduttivamente, consigliano di ripensare a quanto accaduto (gesti, forza, tecnica) e individuare cosa sarebbe stato meglio fare. In tal modo si allena la mente per la prossima situazione analoga. Questi, d’altronde, sono i fondamentali del coaching, anche nel Life Coaching e nel Business Coaching (e naturalmente nel Coaching Aziendale) .

NOTA – La visualizzazione è quindi utile anche quando si pensa alla strategia pianificata, a un tracciato (si pensi alla F1 o alla discesa nello sci) ed è estendibile ad ogni altro ambito (ad esempio la recitazione, una riunione, un incontro con un cliente, un colloquio di lavoro, un’esecuzione di una prestazione valutata, eccetera).

Il Monkey Mind è la continua perdita di focalizzazione, il pensiero tangenziale, è cioè il passare di palo in frasca progressivamente perdendo di vista l’obiettivo: s’inizia con il prendere il proprio telefonino per rispondere ad una mail di lavoro e si finisce dopo due ore che si sta guardando su YouTube un video sulla lite tra Mourinho e Conte, dopo essere passati dal link di una newsletter di Giallo Zafferano, aver cliccato su un banner pubblicitario della Maserati Ghibli, aver seguito la notifica Facebook che ricordava come un amico avesse pubblicato le ultime immagini rubate a Belen Rodriguez, aver cercato su Wikipedia con chi sta insieme ora la showgirl, aver deviato su un articolo di Travaglio relativo alla CONSIP. Naturalmente la risposta alla mail è ancora lì che aspetta.

4 Regole per Sviluppare la Mentalità Vincente

Alcuni psicologi e grandi trainer hanno osservato che alcune qualità accomunano le persone che hanno ottenuto grandi risultati. Queste qualità, guarda caso, sono collegate proprio dalla capacità di visualizzare, rimanere concentrati, focalizzati con un atteggiamento positivo. Ecco 4 semplici regole per sviluppare queste qualità e il giusto mindset.

1. Gestisci il tuo tempo

Uno studio di IHS Technology ha rilevato che mediamente nel 2015 gli Italiani hanno guardato la TV per 4 ore e 20 minuti, in crescita sul dato medio del 2008 di 4 minuti e 42 secondi. Il consiglio è di definire le priorità, fare attività ad alto apporto di valore e delegare o eliminare il resto.

2. Circondati delle persone giuste

Si dice che “Siamo la media delle 5 persone che frequentiamo di più“, la vulgata più tradizionale recitava “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei“. Non so fino a che punto questi dati abbiano riscontri scientifici, ma la Psicologia ha studiato a fondo l’Influenza Sociale e quindi, che siano 5 o 10 poca differenza fa: sicuramente subiamo il condizionamento delle persone che frequentiamo.

3. Poniti obiettivi sfidanti

La capacità di porsi obiettivi sfidanti e perseguirli andando avanti un passo dopo l’altro, in parte limita il nostro campo d’azione, ma solo in apparenza. Proprio il fatto di limitarlo e indirizzarlo ci costringe a trovare soluzioni all’interno di un frame da cui non possiamo evadere e questo stimola ancora di più le nostre energie creative. Cambiare meta ogni volta che ci si presenta un ostacolo non ci consente di migliorare. Desistere dopo che il sacro fuoco della passione si è spento ci renderà bulimici di nuove imprese. Esiste una soglia di profonda frustrazione e fatica che ogni attività attraversa. Se quando la si incontra si volgono altrove le proprie attenzioni, non si entrerà mai in una seconda fase che è quella più produttiva, creativa e ricca di soddisfazioni. “Eat the frog” dicono gli anglosassoni, “Tuffati” diciamo noi.

L’ho scritto anche su LinkedIn, citando un bel testo di Friederike Fabritius (M.S.) e Hans W. Hagemann (Ph.D.) dal titolo The Leading Brain. Lo chiamano “flusso”, potremmo definirlo “stato di grazia” ed è quella condizione in cui siamo particolarmente inspirati e otteniamo delle “peak performance”. Secondo Friederike Fabritius (M.S.) e Hans W. Hagemann (Ph.D.) per raggiungerlo servono tre cose:

  • (1) un obiettivo ben definito
  • (2) il giusto grado di sfida
  • (3) un feedback immediato

Avere un obiettivo stimola l’acetilcolina, la sfida fa scattare la noradrenalina che aiuta a restare focalizzati e il feedback fornisce una scarica gratificante di dopamina. Questo cocktail di neurotrasmettitori crea le condizioni mentali.

4. Impara dagli errori

Abbiamo, chi più chi meno, paura di sbagliare. Solitamente perché per gli errori siamo sempre stati puniti. Eppure, se avessimo avuto educatori migliori che avessero usato gli errori come occasioni preziose per farci apprendere qualcosa, non saremmo così spaventati. Imparare dai propri errori non significa semplicemente accettare la sconfitta, ma acquisire la capacità di analizzare cosa è andato bene e cosa non ha funzionato, di cercare soluzioni alternative e allenarsi per migliorare.

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Manuel Righele Coach on LinkedIn

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