Coaching. Se “successo” è sinonimo di “accaduto” (o fallimento)

Il Coaching raffigurato come tachimetro incendiato, in quanto il Coaching aiuta a togliere i limitatori di velocità alle nostre prestazioni
Il Coaching agisce per togliere i limiti di velocità al nostro agire e pensare
Il Coaching è la via che molte persone intraprendono per guardare al futuro, per migliorarsi e migliorare le performance, per avere un Coach che li sappia stimolare e guidare a dare il meglio di sé.

Non sono sempre fiduciose e non sempre sanno dove sono dirette. Spesso chiedono al Coach di fare chiarezza nei propri obiettivi. Sono sovente sollecitate a raggiungere un successo di cui non sempre sanno dare una definizione. Sanno che devono in qualche misura emergere, ma non sanno dove prima devono tuffarsi.

Il Coaching è un processo creativo per entrare in relazione con sé e il patrimonio di risorse che abbiamo a disposizione. Quando si parla di Coaching, quindi, è naturale usare la metafora dello scandaglio di tesori sommersi.

In una certa misura questa immersione ci riporta al principio di Archimede secondo cui un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato. È questa spinta che ci permette di superare i nostri limiti. Tanto più riusciamo a scendere per prendere i nostri tesori (le nostre risorse personali), tanto più riusciamo a trovare slancio per emergere.

Quando parliamo di limiti, però, vorrei precisare che non si tratta primariamente di confini. Associare il concetto di limite a quello di confine è naturale ed è, per di più, un accostamento ampiamente suffragato da quanto si è scritto e riscritto nella letteratura sull’autoaiuto, dove il concetto è associato alla necessità di uscire dalla cosiddetta zona di comfort. In qualche misura questa espressione idiomatica –  zona di comfort – suscita il pensiero che un individuo, per ottenere un cambiamento, debba in qualche modo iniziare a fare qualcosa che gli crei disagio, oltrepassando, con un passaggio doloroso, un presunto confine, andando fuori da un recinto nel quale si muove, trovandosi a proprio agio con la routine, le abitudini e gli schemi di comportamento.

Con molta ritrosia, il coachee a volte chiede di non essere manipolato e confessa di non volere un cambiamento nel carattere, se non addirittura nella personalità.

Come Coach mi trovo a tranquillizzarlo sul fatto che intraprendere un percorso di Coaching non significa rinunciare a sé, alle cose che ci danno serenità e soddisfazione. Nella mie relazioni di Coaching, vedo che i limiti (credenze, abitudini, atteggiamenti, immagini di sé e del mondo, …) agiscono più come “limitatori di velocità“, che come confini che non sono mai stati oltrepassati e oltre i quali c’è un mondo ignoto.

Non si tratta di cambiare la struttura di carattere e personalità, ma di migliorare la qualità del proprio agire e pensare.

Cosa unisce questa considerazione con il tema di questo articolo? Cosa unisce i limitatori di velocità con il successo? Li unisce la constatazione che sovente chi desidera avere successo in una data sfida, in realtà desidera solo togliersi di torno un pensiero. Perché questo è un atteggiamento che prelude al fallimento?

Facciamo un esempio banale: inizio a leggere un libro e non mi piace, tuttavia voglio arrivare sino alla fine. Questo potrebbe essere un obiettivo e il lettore potrebbe trovarsi a procrastinare la lettura, ad avere problemi di concentrazione, a smarrire il libro in giro per casa non ricordandosi dove l’ha messo.

In questo caso, il Coaching dovrebbe aiutare il coachee a comprendere se si tratta di un meccanismo di coazione ad agire e autosabotaggio o di un obiettivo ben formato. In parole semplici: se il portare a termine la lettura sia un obiettivo reale (il libro è noioso, ma contiene informazioni rilevanti per un lavoro che si sta compiendo) o un comportamento compulsivo (il libro è inutile, ma quando inizio un libro lo devo leggere tutto o mi sento in colpa).

Quando ci troviamo in questa seconda circostanza, ci sentiamo irrequieti, infastiditi e avvertiamo una certa ansia nel dover terminare al più presto questa incombenza. La chiamiamo obiettivo, ma non lo è. Il successo, in questo caso, è sinonimo di “accaduto”, cioè non vediamo l’ora che la cosa sia compiuta per poter fare altro, ciò che realmente ci interessa.

Il coachee può dire di considerare un successo il fatto di aver terminato la lettura, ma non lo è: si libera della frustrazione che si è imposto, si libera il tempo che si è pignorato con l’inizio della lettura, ma non ha una gioia autentica, soprattutto non ha avuto piacere da quanto ha fatto e, quel che più conta, ben presto si troverà nuovamente ostaggio di questo suo modo d’agire. In questo caso, il successo sarebbe quello di divenire consapevole di cosa accade in lui e di riappropriarsi delle libertà di scegliere il da farsi.

Il Coaching, dunque, serve anche a capire se quello che ci prefiggiamo è un successo come sinonimo di accaduto o un successo come realizzazione di una volontà e di un desiderio. Anzi, questo è il primo delicato compito del processo di coaching.

Ogni percorso, per quanto sia disseminato di ostacoli e difficoltà, porta momenti d’intensa soddisfazione che servono a ricaricarsi. Questo è vero se il percorso ha come meta qualcosa a cui teniamo, altrimenti è il senso d’inutilità e frustrazione ad accompagnarci lungo tutto il tragitto.

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