Soffri anche tu di ansia sine materia? Il Business Coaching di fronte ad ansia e stress lavoro correlato.

L'ansia al lavoro (uomo con ombrello in un deserto)
Il coaching come barriera per prevenire l’ansia. L’ansia si collega a quattro condizioni particolari della nostra vita lavorativa: lo stress lavoro correlato, la dedizione alla carriera e la ricerca del successo professionale, la ricerca di un nuovo lavoro, l’equilibrio tra vita e lavoro (work-life balance).

Vivere in un ambiente di lavoro in cui stentiamo a riconoscere delle regolarità, dove non cogliamo interazioni ricorrenti e riconoscibili, dove l’autorità latita o è incoerente e non è chiaro quanto ci è richiesto, c’impedisce di dare un senso a quello che accade. In queste condizioni stentiamo a edificare un meccanismo di fiducia e non sappiamo come comportarci. Nasce da qui l’impossibilità di comprendere dove si collochino le nostre responsabilità e questo fattore può generare disturbi d’ansia, a cominciare da quel disturbo sine materia che è l’ansia generalizzata.

Spesso questa situazione si collega a quattro momenti particolari della nostra vita lavorativa:

1) la condizione che comunemente viene definita di stress lavoro correlato

2) il momento di maggior dedizione alla carriera e alla ricerca del successo professionale;

3) la ricerca di un nuovo lavoro;

4) la ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro (work-life balance).

Lo stress lavoro correlato e la ricerca di una carriera di successo

Lo stress lavoro correlato è un allentamento dell’impegno verso il lavoro e un deterioramento delle emozioni originariamente associate a esso.

Il fenomeno è sempre più diffuso ed è un problema di adattamento tra persona e lavoro, che spesso viene a ingenerarsi in seguito a imprevedibilità dello scenario, indeterminatezza del ruolo e confusione degli obiettivi personali e organizzativi.

Ciò che rende difficile individuarne la causa è il fatto che la condizione di disagio può sorgere anche in seguito a un presupposto apparentemente opposto: le elevate ambizioni di successo e le eccessive richieste e aspettative, proprie o altrui.

Come ricorda Vittorino Andreoli, «la ricerca del successo è uno stato cronico di non adattamento, con tutti i problemi di salute che ne conseguono. L’equilibrio raggiunto, cioè, viene continuamente infranto per andare sempre avanti. Si sperimenta, così, una serie infinita di non-adattamenti, che può degenerare in ansia patologica».

L’elemento che accomuna i due diversi scenari è il precario senso di autoefficacia che nasce dall’elevato grado di incertezza e dall’indefinibilità della propria esperienza.

Queste condizioni possono essere annichilenti e, come ricorda Aldo Carotenuto, indurre a un isolamento in cui si alimentano solitudine e chiusura, terreno in cui proliferano illazioni, sospetti, strategie di adattamento fondate sulla paura, sul giudizio negativo e sul timore del giudizio altrui. Si apre così la porta a una comunicazione paradossale, dove ci troviamo al centro di continue richieste contraddittorie, a informazioni parziali e interpretazioni fuorvianti. Questo genera in noi smarrimento e l’ambivalenza alimenta il dubbio continuo e una certa condizione d’ansia.

In molte situazioni lavorative è, quindi molto utile, se non indispensabile, iniziare a chiedere noi, se gli altri non lo fanno, che vengano chiariti almeno questi punti:

  1. quali sono gli obiettivi che ci sono richiesti (sincerandosi che siano obiettivi ben formati);
  2. quali sono gli orizzonti verso cui l’azienda dirige e qual è il grado di coinvolgimento che ci viene richiesto;
  3. qual è il role-set (o i role-set) che nella nostra posizione è indispensabile avere, coltivare, arricchire e quali sono i compiti, le competenze e i limiti del nostro operare;
  4. qual è il piano di carriera che è stato previsto per noi.

Accanto a ciò, si deve considerare che la ricerca del successo professionale, così come l’agire per obiettivi, non è un’affermazione arbitraria di sé, né è priva di costi. Chiarire il contesto in cui ci muoviamo è perciò indispensabile per fare una valutazione realistica.

Og Mandino, in uno dei suoi libri più fortunati, scrive che se chiedessimo a tutti i saggi della terra cosa sia il successo, nessuno di loro darebbe un’identica definizione. Chiedendo loro, però, cosa sia l’insuccesso, tutti risponderebbero che l’insuccesso è l’incapacità di raggiungere i propri obiettivi.

Questa stimolante osservazione va soppesata insieme ad altri contributi, sebbene non immediatamente comparabili, come quello di Arjun Appadurai, relativo alla rivoluzione delle aspettative apparenti. Ciò a cui noi abbiamo accesso, nella globalizzazione, in merito alle traiettorie delle storie individuali, alle carriere, ai successi di altri, alle professioni, alle opportunità, è oggi un panorama pressoché sconfinato, su cui edifichiamo anche le nostre aspettative. Nondimeno, queste storie di successo sono spesso presentate con sufficienza e senza tener conto delle condizioni ambientali, culturali e socio-economiche diverse che hanno dato loro origine. Altre volte non tengono conto delle condizioni fortuite e di altre variabili non osservabili. Altre volte ancora, infine, le eccezioni vengono presentate come esempi a cui ispirarsi, senza pensare che queste eccezioni si danno in mezzo a molti altri casi ordinari di tentativi buoni e falliti.

Se volere è potere, si deve anche poter volere e questa è una prospettiva di serietà, non di rinuncia.

La ricerca di un nuovo lavoro

Alcune persone vivono sensazioni analoghe affrontando il problema di cercare un lavoro nuovo. Dopo molte ricerche, rifiuti e mismatching con le richieste dei vari head hunter, queste persone smarriscono il senso del lavoro e, con esso, smarriscono il senso di sé.

La ricerca che assume i connotati del vagare privo di chiarezza pone queste persone in uno stato di disadattamento. Senza arrivare alla critica fatta a Marx da Simone Weil, il lavoro è una dimensione fondamentale attraverso cui una persona, molto prima che autorealizzarsi, dimostra di saper badare a se stessa. Venendo a mancare il lavoro, crollano gradualmente le altre certezze, si dilegua l’identità sociale e non sempre è facile risalire la china.

Le risorse a cui possiamo attingere in queste situazioni risiedono nella rete sociale e nella nostra capacità di resilienza, nella perseveranza di agire e, per quanto possa essere contro-intuitivo, nella capacità di saper dire di no, quando la disperazione ci spinge ad accettare qualsiasi soluzione purché sia un possibile (ma non probabile) miglioramento.

Le risorse a cui possiamo attingere sono anche le nostre passioni e i nostri interessi, spesso sottovalutati e lasciati da parte.

Work-life balance: equilibrio vita-lavoro

Un quarto caso in cui l’ansia manifesta le sue spinte è quello in cui manca l’equilibrio tra vita e lavoro, il cosiddetto work-life balance. Nel Business Coaching sono episodi tutt’altro che sporadici, spesso confusi con la mancanza di fiducia in se stessi. I pareri non sono unanimi nel dare a questa espressione (work-life balance) sicura dignità, in quanto non sarebbe possibile dividere con precisione questi due ambiti e queste due importanti sfere vitali (Ne ho scritto anche altrove, su LinkedIn, in un post intitolato Work-life or Walk of life. Nondimeno il termine è utile per individuare il fenomeno.

Un caro amico, professionista affermato, in una conversazione domenicale mi ha confessato di essere sottoposto spesso a elevati livelli di stress, ma che i momenti in cui l’ansia lo assale sono quelli in cui è a casa, con la famiglia o altri momenti, come quello che stavamo vivendo, quando è lontano dal lavoro.

Esistono molte manifestazioni d’ansia di questo tipo, non ultime le esperienze in cui le persone vivono momenti di tensione quando non hanno una connessione con l’ambiente di lavoro, quando il telefono tace, quando il terminale è spento e i pensieri non sembrano cessare, profilando, il più delle volte, scenari e ipotesi preoccupanti.

E allora cosa fare? Ecco 3 punti da seguire

Come ricorda Andreoli, l’ansia sine materia, l’ansia generalizzata, non è risolvibile razionalmente, né si può pensare che si possa superare alzando la posta delle nostre aspettative, sperando che, una volta arrivati, si sarà ripagati di più (questa è la logica del gioco d’azzardo). La pacca sulla spalla, il “parliamone” oppure il “dai che ci sei quasi” sono anch’essi palliativi che rischiano di diventare persino dannosi e di aumentare il senso di solitudine.

Così «vincere l’ansia non equivale ad eliminare il sintomo, ma coincide con la ricerca di un benessere pieno», suggerisce Andreoli. «Se io continuo a dire: “voglio di più”, perché la mia Punto non regge il confronto con la Bmw del vicino, o abitare in periferia è troppo poco prestigioso rispetto ai miei sogni di gloria, mi metto in una situazione di non adattamento cronico. Sono molti gli stimoli sociali che ci distolgono dai nostri desideri più autentici, impedendo la serenità. È il principio base su cui si regge il trionfo della società dell’inutile. Guai a invidiare le cose: è del proprio equilibrio, invece, che bisogna essere molto gelosi. “Non c’è dovere che sottovalutiamo di più”, ha scritto Robert Louis Stevenson, “del dovere di essere felici”».

Quello che per Andreoli è lo “star bene” ha forti legami con la serenità, che si alimenta anche della capacità di saper accettare ciò che si è e ciò che si ha. Sentirsi adeguati significa, innanzitutto, percepirsi sicuri e ben inseriti.

Nelle mie esperienze di Business Coaching si tratta di un passaggio delicato perché rischia di destabilizzare la persona nella sfera personale e di lasciarla nell’inedia professionale, con prograssiva perdita di motivazione.

Il nostro primo sforzo, dunque, dovrebbe essere volto al fare chiarezza su tre punti che sono utili per tracciare – ma più spesso far emergere più nitidamente – una rotta. Questi punti sono semplici:

  1. sapere cosa si vuole ottenere e a quale costo;
  2. agire il comportamento della persona che si vuole divenare;
  3.  comprendere il contesto, comunicare apertamente costruendo relazioni fondate sulla fiducia.

Manuel Righele on LinkedIn

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