Comunicazione paradossale e contraddizioni. Ecco il segnale d’apertura per agire in profondità con il Coaching Narratologico.

Le mille e una notte
Coaching Narratologico. La forza del mito e delle fiabe per svelare la costruzione narrativa delle proprie credenze limitanti

Raramente, nel coaching, una persona intende esplorare i livelli profondi in cui hanno origine il proprio modo di agire, le strutture cicliche di pensiero, le associazioni emotive e le motivazioni che nel tempo si sono consolidate e hanno dato vita a quel canone di pensiero e comportamento che egli non esiterebbe a definire “spontaneo” e che lo fa sentire a proprio agio (anche quando genera conseguenze nefaste).

Funzionali a un equilibrio interiore, questi canoni si manifestano nei comportamenti lasciando intravvedere la loro struttura di base. A volte la struttura emerge con l’ampiezza di un sospiro, altre volte l’estensione della fessura è tale che permette d’intravvedere l’ampiezza del reticolo, i nodi e persino le sue contraddizioni. Quando la persona tende a rimarcare la propria sicurezza usando espressioni persino paradossali che coesistono senza creare particolari tensioni interne (semmai qualche commento sferzante da parte di colleghi e amici) siamo in presenza di una condizione favorevole.

“Sono fatto così”, “Perché a cambiare devo essere io?”, “Sai bene come la penso e cosa voglia”, “Non ho tempo per discorsi futili”.

In queste situazioni i feedback di una sessione di shadow coaching non bastano a creare il pattern giusto per ridestare consapevolezza, né il passare in rassegna modalità alternative di comportamento in ragione di peak performance o migliore efficienza sarebbe sufficiente a generare un cambiamento.

Lo stato di omeostasi descritto, infatti, si fonda spesso su risposte adattive a presunti limiti di cui la persona ha fatto esperienza, e, soprattutto, sulle credenze che si sono edificate in difesa di future esperienze analoghe.

Le credenze sono più potenti delle convinzioni, dei valori, delle razionalizzazioni, degli stereotipi e delle visioni del mondo (rappresentazioni della realtà che guidano il nostro agire). Le credenze sono più potenti perché non vengono ritenute tali.

Nella favola La volpe e l’uva, la volpe se ne va commentando «non mi va di spendere troppe energie per un frutto ancora acerbo» dopo aver constatato che non può prenderla.

Questa non è una credenza. Illustra bene la situazione in cui la persona non usa il proprio potenziale, le energie appunto, per ottenere quel che desidera, ma non è una credenza.

La credenza è quando la volpe è certa che l’uva di ogni vigneto è sempre un frutto acerbo e non vale la pena mangiarlo, che quanti mangiano l’uva sono animali alquanto mediocri che si accontentano e che la guardano ghignando perché provano invidia per lei che ha capito che l’uva non è buona, ma non hanno il coraggio che ha lei per cercare altro.

Ordinariamente non sospettiamo l’esistenza della credenza e non pensiamo di esserne continuamente in balia. Quanto noi crediamo corrisponde per noi al vero e vi è di più: diamo per scontato che sia condiviso, universale, lapalissiano, in una parola: autoevidente. Le credenze sono, per la persona, la volontà del mondo, il senso di ciò che avviene per tutti.

Esemplificando in modo semplice, se un ragazzo è emotivamente colpito dalla complessione muscolare di un culturista, perché si sente schernito ed emarginato per via del proprio aspetto gracile, crede che diventando muscoloso la sua condizione cambierà. Quando lo diventa e incrocia gli sguardi degli altri crede che in questi sguardi si aduni la stessa ammirazione che lui aveva per il culturista, crede cioè che tutti non possano che essere, pensare, sentire come lui e perciò non possano che ammirarlo.

A questo punto cosa accadrebbe se una ragazza, vedendolo, commentasse: «Fa impressione» e lui la sentisse? Potrebbero accadere molte cose, di certo non emergerebbe l’emarginazione da cui è partito, perché se anche in questo caso venisse emarginato, il suo isolamento sarebbe per lui più una condizione d’elitismo che di emarginazione, una discriminazione verso l’alto e non verso il basso.

“È possibile che tu non capisca?”, “Non mi capisci” sono considerazioni che hanno per presupposto sistemi di credenze consolidate di fronte a cui il Coach inizialmente può trovare forti resistenze, rischiando di dover impiegare molto tempo solo per allentare la cortina difensiva. Inoltre indagare il passato non è compito del coaching, né il campo di pratica per il coach, bensì del terapeuta.

Ecco allora che potrebbe essere utile partire da uno strumento di diagnostica e analisi, un utile momento per seminare oltre la cuticola delle credenze un terzo punto di vista.

Perché laddove i feedback dati da un coach non sono efficaci, lo potrebbe essere uno strumento di diagnostica? Fondamentalmente per due ragioni:

  1. perché lo strumento parte da un’autovalutazione della persona che, rispondendo ad alcune domande, fornisce le sue indicazioni e il suo intimo e privilegiato sistema di autoconoscenza;
  2. perché l’analisi dei dati si basa su evidenze statistiche e una banca dati di centinaia di migliaia di persone e non sull’impressione, per quanto oggettiva possa essere, di un singolo Coach che osserva quanto accade.

Gli studi di Jung sono alla base di alcuni strumenti di assessment, tra cui l’Insight Discovery® e l’MBTI, strumenti utili nel Career Coaching, ma anche nell’Executive Coaching e nei percorsi di Life Coaching. Naturalmente vi sono altri strumenti di assessment come il Birkman, il Big5, il Myer-Briggs, il TRACOM Social Style, l’Hoogan Profile, il Blanchard Situationa Leadership II e il Wartegg.

Il tema può sembrare lezioso, ma chi ha esperienza in materia di diagnostica psicologica sa che la psicometria è tutt’altro che predittiva e molto dipende dall’asse diacronico oltre che dalla desiderabilità sociale.

Quando ne riscontro l’utilità, come Coach prediligo l’uso di Insight Discovery® – in collaborazione con Roberta Zantedeschi e Andrea Pozzan di Pakarangi a Vicenza – perché si fonda sul presupposto che lo strumento, oltre che fornire indicazioni partendo dalle risposte date e dal confronto con una corposa dimensione campionaria di casi analizzati, ha lo scopo di “ispirare”, di fornire elementi che permettano, appunto, un insight. Basato sulle tipologie junghiane, offre ben 72 profili che sono dinamici e non statici, caratterizzati dagli equilibri che le energie del soggetto generano.

Oltre all’aspetto puramente valutativo, la vicinanza a Jung è particolarmente importante per quello che è l’universo archetipico a cui ha dato risalto lo psicoanalista svizzero.

Jung ha scritto: «Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l’uomo sembra essere sub specie aeternitatis può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. (…) Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto “raccontare delle storie”; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, poiché l’unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia verità».

Nell’approccio di Coaching Narratologico, oltre al mito, sono di primaria importanza le fiabe. Nell’ormai intramontabile Il Mondo incantato, Bruno Bettelheim spiega come, in particolare ai più piccoli, siano vitali le fiabe (non le favole più moralizzatrici) poiché capaci di parlare il linguaggio dell’inconscio. «È per questo – scrive Bettelheim – che nella medicina indù tradizionale veniva assegnata a un individuo psichicamente disorientato una fiaba che interpretava il suo particolare problema. Egli doveva farne l’oggetto della sua meditazione».

In un certo modo la fiaba sarebbe terapeutica poiché ispira il soggetto e lo invita a trovare le sue proprie soluzioni e le soluzioni alla sua particolare situazione.

Miti e fiabe hanno molto in comune, ci parlano nel linguaggio dei simboli ma con una fondamentale differenza: il finale dei miti è quasi sempre tragico, mentre nelle fiabe strettamente intese è lieto. I miti parlano di semidei e divinità di fronte ai dispetti e capricci dei quali l’astuzia può molto, ma non tutto. I miti, così, parlano al bisogno d’ideali del Super-Io, mentre le fiabe danno viatico alle spinte dell’ES.

È questa la ragione per cui la narrazione entra giocoforza nel coaching: tra fiabe e miti da un lato e la narrazione personale dall’altro si situano valori, convinzioni e, ciò che a noi primariamente importa, le credenze.

Una volta che la persona è messa nelle condizioni di riconoscere il costrutto narrativo delle proprie credenze, allora deve essere messa anche nelle condizioni di ri-narrarle partendo da uno stadio archetipico e simbolico, latore di fiducia nei propri mezzi.

Naturalmente lo stadio di maturità della persona introduce a diverse narrazioni e a diversi percorsi. Coaching Narratologico non significa somministrare alla stregua del taumaturgo indiano una fiaba come tema meditativo, ma invitare a riprendere contatto con le proprie narrazioni del mondo reificandole (magari scrivendole) e prendendone distacco. Da qui inizia il cammino verso la consapevolezza e l’apertura alla definizione di obiettivi.

Annunci

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...