Who stops you? Coaching Tips

Da ormai un anno sono iscritto alla newsletter di Jack Canfield, formatore, autore di successo e keynote speaker di fama mondiale. Non lo avevo mai sentito nominare, poi mi è capitato tra le mani un suo testo di carattere divulgativo tradotto anche in Italiano I Principi del Successo ed è stata una piacevole lettura aneddotica e stimolante.

Il testo è di immediata comprensione, incline a infondere una certa speranza dove si subodora una strategia di marketing volta a farti aderire ai programmi proposti, ma tant’è: i contenuti sono buoni, sinceri e la proposta garbata e convincente (anche se io non ho aderito).

Nell’ultima newsletter di Jack si legge nell’oggetto: “What stops you?”

Il testo è scorrevole, parla al lettore del lettore, il titolo è un claim perfetto per invitare il destinatario alla lettura. Quest’attento uso delle leve dell’e-mail marketing, nondimeno, non impedisce alla Jack Canfield (perlomeno al copywriter) di offrire uno spunto interessante.

“What stops you?”

Di fronte a queste parole è inevitabile che la mia mente vada a un altro autore: Timothy Gallwey.

Chi è Timothy Gallwey? Per chi non lo conoscesse Timothy Gallwey è il padre putativo del Coaching nell’era moderna. Il suo libro The Inner Game of Tennis è il manifesto di una visione nitida e scevera da pregiudizi accademici. Gallwey sostiene che in ogni ambito in cui noi ci muoviamo, le sfide che ci troviamo ad affrontare hanno una componente primaria, una tensione interiore che determina, tanto intangibile quanto vivida, l’esito dei nostri sforzi.

Quindi “Who stops you?”

La risposta che mi risuona è: “L’ostacolo più grande sulla nostra strada è in realtà dentro di noi”.

In sostanza, noi esseri umani siamo un po’ bovini, ma tutt’altro che miti, anzi direi molto più ansiosi. Vediamo e interpretiamo la realtà ingigantendo i personalissimi effetti che la percezione della realtà ha su di noi. Il processo che poi interviene a “stopparci” è la reificazione di questa nostra interpretazione, cioè l’illusione che la nostra interpretazione corrisponda alla realtà stessa.

Semplificando il pensiero di Herbert Blumer avviene questo: di fronte a quel che accade noi costruiamo il senso che ha per noi. Questo senso – che non è la realtà, bensì la realtà parzialmente e prospetticamente vista, esperienziata, filtrata da percezioni, credenze e pregresse esperienze – acquisisce un significato e, in virtù di quanto ci ha colpito, viene generalizzato. Il senso per noi diventa, così, una regola che applichiamo ogni qualvolta ci troviamo di fronte a situazioni analoghe. Questa regola, di fronte alla complessità, serve a semplificarci la vita, ma a volte ce la complica.

A volte è, quindi, opportuno seguire il consiglio di Jack e ascoltare quanto scrive:

When we don’t take actions that will move us closer to our goals, it’s usually because we’ve said something to stop ourselves. The things you say to stop yourself from taking action in one situation are usually the same things you say to stop yourself in other areas of your life.

(…) If you are like most people, you already know most of what you need to do to create the life you desire. The problem is that you haven’t done what you know, or you don’t know where to start.

Questo mio post non vuole essere un endorsement per Jack Canfield, ma con onestà intellettuale riconosco la sua efficacia nel risvegliare la coscienza senza impastoiarla.

Faccio tesoro del suo consiglio e quando sentirò di essere bloccato da qualcosa mi chiederò: “Qual è il dialogo interiore ora? Cosa mi sto dicendo per non agire?”.

Manuel Righele on LinkedIn

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