Se Pessoa avesse avuto un Coach

Português: Fernando Pessoa
Português: Fernando Pessoa (Photo credit: Wikipedia)

L’opera di Fernando Pessoa è meravigliata e meravigliosa. Agli occhi di un Coach è un ricettacolo di riflessioni che s’incontrano spesso, sparse, confuse, comuni a molte umanità.

Pessoa è un universo privo di spazi, alieno al tempo, che tesse le trame di una condizione esistenziale ch’egli stesso definì come mal-de-vivre.

L’opera pessoana è una sinuosità intricata, un dedalo di misteri ch’egli porta agli esiti estremi, soppesandoli, dipanandone gli orditi, confrontando, tessendoli più fittamente ed in nuove trame, negandoli e superandoli di continuo.

Nulla in Pessoa rimane immobile, ogni concezione muta e si evolve, senza che la volontà del poeta sia in grado di dominarne i processi di evoluzione, di discernere quali presagi siano da trattenere, quali invece da abbandonare, forse perché Pessoa non possiede un volontà, ma innumerevoli fermezze che si rivoltano le une contro le altre, che si osteggiano.

Questo aspetto dell’interiorità è il materiale che spesso viene portato al Coach da chi sirivolge a lui. Insieme al Coach il cliente comincia così a fare chiarezza, dedicarsi il tempo per “lavorare in togliere”, fare spazio a quanto non ha mai trovato adeguatamente voce, allontanarsi e guardarsi da diverse angolature.

Pessoa non aveva un Coach e si limita alla frantumazione del mondo reale, alla stregua di un Hoffmann abbeveratosi alla fonte della fenomenologia husserliana, né si dilunga a parlare del Sottosuolo come Dostoevskj. Come Svevo percepisce una frattura profonda tra il mondo dell’interiorità e la realtà dei sensi, ma, oltre qualsiasi traguardo del razionale, egli scinde se stesso. È in tal maniera che nascono Ricardo Reis, Alvaro De Campos, Alberto Caeiro e gli altri eteronimi a cui l’ortonimo attribuisce in tutto e per tutto una vita indipendente.

Ma un Coach non può cercare Pessoa smarrendosi nel labirinto ch’egli costruì per ingannarci. Un Coach deve essere super partes guardare l’universo pessoano dal di fuori. In fondo la realtà fisica, non è sempre mendace e Pessoa è univoco, unico. È figura isolata, difficilmente inquadrabile nei movimenti fin-de-siècle e altrettanto difficilmente inseribile nelle nuove avanguardie letterarie che si andavano sviluppando agli inizi del ventesimo secolo, seppur è questa la collocazione che la critica letteraria ritiene più opportuna seguendo in questo la scelta del poeta.

Non è affatto irresponsabile, né utile il confronto, ma così si è riscontrato: per i toni sublimi, per il gusto del soprannaturale e dell’occulto ricorderebbe il Surrealismo di Garcìa Lorca e i racconti dell’orrore di Whitman, anche se egli amava Poe, per altri aspetti precorrerebbe gli sviluppi della Psicanalisi di Jung e Jasper e lo stesso Esistenzialismo di Heiddeger e Sartre, per le sfumature nichiliste sembrerebbe affine a quella cultura mitteleuropea che affonda le radici nella filosofia di Nietzsche e ha i suoi maggiori esponenti in Kafka e Rilke, per alcune sue pose nei confronti della dittatura spagnola di Francisco Franco richiamerebbe D’Annunzio, per le critiche velate verso una borghesia in declino incapace di reagire ai regimi totalitari sembrerebbe, invece, sostenere scrittori diametralmente opposti quali Musil e il Thomas Mann della conversione. Di questi illustri, Pessoa non lesse una riga.

Nell’uso della parola rammenta la “veggenza” di un decadente quale Rimbaud, l'”interiorità” di Laforgue, il “delirio” di Beckett, la “word painting” di Ruskin e Hopkins, nei suoi pensieri emergono affinità quali la “solidarietà” di Camus, la “necessità” di Rilke e il richiamo all’infanzia del Pascoli. Anche di questi si disinteressò candidamente.

Ma la sua poesia è essenzialmente attesa e mancanza, è ricerca vaga e vaneggiante, introspezione rivolta alla scoperta dell’ineccepibile, affidata all’abbandono. Evocatrice di un nulla vorticoso, che rifrange in un caleidoscopico ripetersi, è l’invocazione di un anima genuflessa al cospetto del carnefice, aleatoria.

Pessoa fu muto profeta, misconosciuto passante, sedizioso dalle voci sommesse e frammentate, pazzo tedioso, analista di se stesso, usando la scrittura sia come sublimazione che come terapia per il suo timore di essere diverso, di essere pazzo.

Se avesse avuto un Coach chissà quali opere avrebbe potuto compiere e scrivere.

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